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La cura dell'anima

Addenda

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Premessa

Come avete già visto, c’è una introduzione. Questa premessa vuole essere un’introduzione più sintetica; di quelle che tagliano corto; che vanno all’essenziale.
Qual è l’essenziale.
Ve lo dico subito.
Sapete che la mia ultima esperienza di ricerca è stata quella nel  “conversazionalismo” (direi, soprattutto il rapporto con Giampaolo Lai; e con Pierrette).
Quindi, forse è più facile dire l’essenziale precisando alcuni, pochi ma decisivi, punti di rottura (penso di rottura; non di modulazione) col conversazionalismo.
Già sapete del mio disincanto verso i processi, le tecniche: la loro individuazione; la verifica del loro modus operandi…
Sapete della mia condivisione della proposta di Girard che un processo (quello vittimario, ad esempio) sia efficace fin quando è cosciente…
A questo orizzonte mi ero già affacciato commentando, per l’ennesima volta, Un caso di guarigione ipnotica di Freud… (in Edipo. Un innocente, cap. 5: Etwas un-willig).
Allora, prima ancora della lettura di Girard, prima della “revisione”, avevo pensato che bisognasse seguire l’esempio dato da Freud in Un caso di… Che, bisognasse, cioè, in una sorta di imitazione del comportamento del paziente messo sotto ipnosi, conservare l’“amnesia”: la struttura dei processi deve, eventualmente, baluginare quanto bastava perché i processi stessi possano essere utilizzati; ma devono essere tosto dimenticati.
Freud ricorda il processo adottato nel caso si guarigione ipnotica?
No.
Ce lo racconta quasi in istato di ipnosi.
Ci dice la verità su di esso tramite il suo scritto.
Di esso solo altri (alcun lettori, non certo l’autore) potranno, ma anch’essi solo per un breve momento, cogliere il significato.
Che cosa si è andato aggiungendo a tutto ciò?
Prima di procedere è importante che una cosa sia chiara; a voi ma, prima ancora a me stesso: sulla mia pelle – in corpore vili e vivo –, ho sperimentato l’oblio, l’amnesia post-ipnpotica.
Non ho rimosso.
Ho ubbidito al messaggio ipnotico mandatomi dal testo freudiano.
Sì, perché, quando di esso ho colto il significato, ero in stato di trance!
Dopo, quando la luce di Etwas-un-willig si è quasi spenta, è intervenuta la proposta di Girard decodificata come segue: è inutile la verifica dei processi (forse è utile quella dei risultati); perché essi “devono” restare ignoti (soprattutto quello “vittimario”).
Tanto rumore per nulla.
Non avevo già capito per conto mio quel che adesso Girard mi rivelava?
Qui sta il busillis.
Ciò che ti folgora si eclissa; perché deve eclissarsi.
Ricordate il nostro reiterato commento all’approfondimento della proposta di Girard? “Vi dico tutto questo, vi svelo l’arcano, ma dimenticatevelo?” (Rivolto agli psicoterapisti; ma anche a tutti in generale).
Più recentemente ho teorizzato che, nella misura del possibile (ma la cosa sembra proprio impossibile), si dovrebbe evitare di “rammendare” – per dirla con Freud – la crisi psicotica; sia con la costruzione di un delirio (come fanno coloro che “escono” pazzi), sia con la messa a punto di una interpretazione (come fanno gli psicologi).
A pensarci bene… che sto facendo?
Non sto rammentando?
Eventualmente altri rammendi (o la stessa arte di rammendare, il titolo di un mio vecchio  libro di poesie)?
E bisogna ricordare la lezione di Giampaolo (anni fa): bisogna “sommistrare di piccole dosi (frammenti) di caos”…
Sì; nei pazienti; in generale: nelle conversazioni psicoterapeutiche; nelle relazioni psicoterapeutiche.
Ricordo di aver scritto, L’unica è un’overdose (di caos); in www.disfinzione.com. (Da Occhio clinico e guessing. Psicologia clinica e logica abduttiva, Borla, 1996, pp. 42-505).
Qui sembra che abbracciamo  – o solo ci sembra? – il caos; cioè, la crisi che lacera il tessuto della “psicopatologia della vita quotidiana”; al punto che finiamo inevitabilmente con lo a scoprire che non c’è un processo, un solo processo che tenga.
Soprattutto, che non c’è processo che si debba “tenere”; tenere su; in vita; individuandolo, verificandolo etc.
Ma calma e sangue freddo.
Sono tutte chiacchiere.
Nessuno (tanto meno noi) riuscirà mai in questa impresa folle.
Ed è meglio che sia così…

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