Kafka. Un “tipo particolare”

Kafka un tipo particolare Salvatore Cesario

Seconda Edizione
Aracne Editrice
isbn 978-88-548-4276-2, formato 14 x 21 cm, 448 pagine, 25 euro
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Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. // Introduzione

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. poiché senza che avesse fatto alcunché di male una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, l’affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli recava la colazione, questa volta non venne. Ciò non era mai successo”.[1]
Das war noch niemals geschehen.[2]
Questo è l’incipit del romanzo.
Ad esso, simmetricamente, corrisponde un “eccipit” con la medesima allure: “La vigilia (am Vorabend) del suo trentunesimo compleanno (verso le nove di sera, l’ora del silenzio nelle vie) due signori entrarono nell’appartamento di K.: in abito da passeggio, pallidi e grassi, con il cilindro apparentemente fisso sulla testa. Dopo una breve formalità sulla soglia di casa per la precedenza, la stessa cerimonia si ripeté più a lungo davanti all’uscio di K. Senza (ohne daß) che la visita gli fosse stata annunciata egli, vestito di nero come loro, era seduto su una sedia presso la porta e lentamente si infilava i guanti nuovi, ben tesi sulle dita (über die Finger spannende) Handschuhe, nell’atteggiamento in cui si aspettano ospiti”.[3] (1) “senza che la visita gli fosse stata annunciata” corrisponde a “ciò non era mai successo”; (2) “verso le nove di sera” corrisponde a “una mattina”.
Una rottura netta della quotidianità.
Più netta non si potrebbe
Si volta pagina.
E ci si trova nell’inferno!
Il Processo comincia quasi come La recherche. In quest’ultima il risveglio è graduale. Nel Processo è forzato.
Come K., anche Proust si affaccia ad un mondo alieno: Je ne savais même pas au premier instant qui j’étais.[4]
Proust è alieno a se medesimo.
Una notazione è stata cancellata da Kafka là dove, nella stesura, diciamo così, definitiva,  K. dice alle guardie che sono venute ad arrestarlo – e lo arrestano ai margini dell’abisso che da sempre lo attende –  che è, sì, “molto sorpreso, ma quando uno è al mondo da trent’anni e ha dovuto destreggiarsi da solo come è capitato a  lui [a me], è avvezzo alle sorprese e non le piglia troppo sul serio”.[5]
Ecco la notazione: “Un tale mi disse[6] non riesco a ricordare chi sia stato [Proust?]) che risvegliandosi la mattina presto è meraviglioso trovare, almeno in complesso, tutte le cose allo stesso posto[7] dove erano la sera (am Abend). Dormendo e sognando si è, almeno in apparenza, in uno stato essenzialmente diverso dalla veglia e, come disse giustamente quel tale [Proust], ci vuole una sconfinata presenza di spirito o meglio prontezza, per afferrare, aprendo gli occhi, tutte le cose, per così dire, nel medesimo posto dove si sono lasciate la sera, perciò il momento del risveglio è il più rischioso della giornata,[8] una volta superato senza essere trascinati via dal proprio posto, si può stare tranquilli per tutto il giorno”.[9]
Proust ha pubblicato Du côté de chez Swann alla fine del 1913. Potrebbe benissimo essere lui quel-tale-che.
Quasi ci scommetto.
(Anche se Brod, più informato di me, dice dei due: “non hanno mai saputo l’uno dell’altro”).[10]
K. discute di quel che gli è successo – e continuerà a succedergli – con la signora Grubach. Ad un certo punto:  “Sono stato colto di sorpresa, ecco la verità. Se subito dopo il risveglio[11] senza lasciarmi frastornare dall’assenza di Anna mi fossi alzato subito[12] e, senza riguardi per chi mi si fosse parato davanti, fossi venuto da lei, se eccezionalmente  avessi fatto colazione, poniamo, in cucina, mi fossi fatto portare da lei gli indumenti, se insomma avessi agito ragionevolmente[13] non sarebbe accaduto null’altro. Tutto ciò che voleva divenire sarebbe stato soffocato.[14] Si è però così male preparati”. [15]
Commenta Calasso di cui diremo che è, diversamente da Citati, un buon lettore di Kafka: “L’arresto è qualcosa ‘che voleva divenire’, ma che avrebbe potuto esser ‘soffocato’ se K. avesse mostrato sufficiente prontezza nell’attimo del risveglio (’subito’, gleich, è la parola ripetuta due volte in tre righe). […]. La tesi implicita è la seguente: se si agisce ‘ragionevolmente’, si può giungere al risultato per cui ‘tutto ciò che voleva divenire sarebbe stato soffocato’. Audace tesi metafisica, Antico terrore del divenire, colto nell’istante del risveglio, quindi alla scaturigine di ciò che diviene. Ed è tutto, perché il mondo stesso è qualcosa ‘che voleva divenire’. Ma il risveglio presuppone una virtù: la prontezza di reazione su cui può contare chi è preparato”.[16]
(A proposito dell’iterato “se”, vedi l’annotazione dai Diari alla fine di questo capitolo).
Incoraggiato da Marco, ho riletto il Processo di Kafka e mi sono rammaricato del fatto che Girard non ce ne abbia lasciato una lettura in chiave sacrificale (la sua).
Al posto suo e in nome suo, ne tento una (io).
Come vedrete, mi spingerò anche oltre il punto “estremo” a cui è arrivato Girard. Ma, ho deciso o no di fare una lettura in chiave sacrificale? Cioè girardiana?
Recentemente ho rivisto Il processo di Orson Welles (1962). molto bello ma schiavo dell’interpretazione classica. Rivedere quel  film e pensare alla possibile lettura di Girard dà la misura di una distanza abissale (quello che si dice: un altro film).
Chi ha letto Kafka sa ch’egli è labirintico. Chi scrive su Kafka non può non essere anche lui labirintico. Immaginatevi quindi un labirinto a proposito di un altro labirinto.
Quel che segue è con-cresciuto. Talvolta sono riuscito a integrare sapientemente ripensamenti e aggiunte; talaltra ho preferito che rimanessero visibili, come ferite da cui ancora sgorga del sangue.
Infatti, dalla lettura e rilettura del Processo è seguita la lettura e rilettura di tutta l’opera. Due volte mi sono accorto che si erano fatte le 6 del mattino. Una volta che avevo saltato un pasto.
Il penultimo capitolo dà un po’ l’idea del “definitivo” rimanere catturato nel vortice dell’uccello che cerca una gabbia e della gabbia che cerca un uccello.
Tuttora, “definitivamente” assorbito nel “circolo” dell’opera, cioè: nel “non finito” di quest’opera e nel suo “infinito”, sono rimandato da un’eco all’altra,  certo d’essere nel cuore delle cose e da esso e per sempre lontano anni luce.
Ero tentato di rimandare la pubblicazione.
Ma mi sono detto che, se K., collocato fuori delle categorie spazio-temporali, è infinito, interminabile è destinata ad essere la lettura delle sue opere. Quindi, o non devi pubblicare mai o farlo sciente-che.
Come vedrete,
–           da una parte porterò fino all’estremo la lettura in chiave girardiana; ad un punto al quale Girard probabilmente rifiuterebbe di arrivare;
–           dall’altra segnalerò nella “particolarità” di Kafka e nel suo “gusto” per la sua particolarità; cioè, nel suo vivere al di fuori delle categorie a-priori e nel tentare continuamente di tradurre, per i categorizzati, il mondo extra-categoriale, il punto più alto raggiunto dalla mia lettura interminabile, quindi: interminata.
Aggiungo, allo scopo di aiutare il lettore (forse soprattutto per aiutare me stesso), a proposito di “ferite”: noterete il salto vertiginoso (compiuto) dalla ricerca quasi spasmodica, appassionata, non solo filo-logica, sull’“io” che parla già dentro il linciaggio: “alzai (ich) le mani e allargai le dita” // “alzò (er) le mani e allargò le dita”, all’approdo rappresentato dall’equivalenza opera = vita = opera e così circolando; equivalenza, quindi, di personale = impersonale e così circolando.
Per non parlare del salto, anch’esso vertiginoso (e non compiuto), dal regno-di-mezzo del farsi del mattino (proustiano) e del farsi della sera (più tipicamente kafkiano) al regno “che non è di questo mondo” (quello a-categoriale). Sì, Proust e anche il proustismo in Kafka o vengono radicalizzati (non so se nel cap. 2 e altrove lo faccio) o sono un “cincischio”. Proprio così.
Mi dicevo ieri: Kafka è perfetto. Ma quanti altri lo sono! Il mondo è stracolmo di perfezione; di essa mi sono nutrito fin da bambino. Ricordo I tre moschettieri e l’introduzione in cui mi si diceva che lo stesso Croce l’aveva considerato letteratura “alta”; per me era altissima.
Ma ancora prima avevop letto tutto Dostoevskij (seduto per terra, sul balcone; una volta mio padre: Salvatore, perché non vai a fare due passi?).
Ma dove mettiamo Proust?
Dante?
Ma anche Quintiliano?
Gaudi? La Sacrada Famiglia! La sera la facciata mi parve quasi ripugnante; il mattino seguente, allucinato su per i cunicoli, giù per le feritoie; forme folli, colori folli. Cercato e forse trovato un tête-à-tête.
Ma la stessa Mina: uno strumento musicale… un ensemble di strumenti. Sì, non una voce (umana) che canta, ma lo spirito (divino) che dà il fiato della vita (e accordia-disaccorda gli strumenti). (Ricordate Giovanni, 3, 8 in cui il Cristo spiega a Nicodemo che cosa significhi nascere “dello Spirito”? “Il vento soffia ove egli vuole, e tu odi il suo suono, ma non sai onde egli viene, né ove egli va; così è chiunque è nato dello Spirito”).
La differenza?
Mi rispondo: Kafka è un unicum perché con tutta la sua vita, che è come dire: con tutta la sua opera (e così circolando), oltre a darci testimonianza della perfezione, ha impersonato il luogo da cui la perfezione proviene, il come essa a noi si manifesta, quel ch’essa provoca nel mondo che non è il suo mondo (e cessa d’essere anche il nostro).
Oppure tutto è molto più semplice: infinite volte ho incrociato la perfezione e ne sono stato deliziato e sconvolto. Ma solo leggendo (leggendo?) Kafka ho fatto piena esperienza di quel che tanti prima di lui mi avevano proposto e che io avevo colto solo parzialmente (si parvas licet componere magnis; ormai una frase “fatta” che, però, risuona assordante e sinfonica: parva, magna, parva).
Per aiutare il lettore (e me stesso), arrivato a quello che doveva essere il venticinquesimo capitolo, l’ho diviso in due (cap. 25: Soltanto le punte dei piedi potevano mantenerlo in questo mondo // Entrare nel e uscire dal castello, nella e dalla legge) + cap. 26: Quell’invito nella placida notte è irresistibile // La capacità di giudizio) e, in medias res, ma quando e dove diversamente?, ho cercato di chiarire che cosa è per me il “castello”, che cosa la “legge”; che cos’è l’entrare in essi e da essi l’uscire.
Diari, 1923:[17] “I terribili ultimi tempi non enumerabili (unaunfzählbar), quasi ininterrotti (fast ununterbrochen) [perché fuori dalle categorie]. […]. Passeggiate, notti, giorni, inetto a tutto tranne che ai dolori (für alles unfähig außer für Schmerzen) [la figura cristica: l’uomo di dolori]. Eppure. Niente ‘eppure’, per quanto tu mi guardi attenta (gestannt) e angosciata [gespannt, come vedrete, è un aggettivo-chiave. Poco fa abbiamo incontrato “über die Finger spannende Handschuhe”]. Sempre più pavido nello scrivere [faticosissimo tradurre nella scrittura che obbedisce alle categorie a-priori ciò che si sperimenta al di fuori di esse: tremore (parola-chiave) delle vene e dei polsi]. Ed è incomprensibile. Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti – questo slancio della mano (dieser Schwung der Hand [tutti i gesti delle mani si riversano in parole-chiave]) è il loro movimento caratteristico – diventa una lancia rivolta contro chi parla (wird zum Spieß, gekehrt gegen den Sprecher) [la difficoltà della “traduzione” s’incarna in una “battaglia”; è questa stessa battaglia che Kafka “descrive”]. In modo particolare un’osservazione come questa. E così all’infinito (und so ins Unendliche) [come si voleva dimostrare]. L’unica consolazione sarebbe: accade, che tu voglia o non voglia. E ciò che vuoi è di aiuto appena percettibile. Più che consolazione è: che anche tu possiedi armi (auch Du hast Waffen) [le splendide armi della scrittura kafkiana]”.
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[1] Als Gregor Samsa eines Morgen aus unruhigen Träumen erwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheueren Ungeziefer erwandelt […]. “Was ist mit mir geschehen?” dachte er. Es war kein Traum = Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto. […]. Che cosa mi è accaduto”, si domandò. Non stava affatto sognando.
All’incipit delle Metamorfosi facciamo seguire incipit di altre opere: La condanna (Das Urteil),  Nella colonia penale (In der Strafkolonie), Il castello (Das Schloß), il digiunatore (Ein Hungerkünsler), Indagini di un cane (Forschungen eines Hundes):
Er war an einem Sonntagvormittag in schönsten Frühjahr = Era una mattinata domenicale nel momento più bello della primavera
“Es ist ein eigentümlicher Apparat”, sagte der Offizier zu dem Forschungsreisenden und überblickte mit einem gewissermaßen bewundernden Blick den ihm doch wohlbekannten Apparat = “È una macchina curiosa” disse l’ufficiale all’esploratore, abbracciando con lo sguardo in certo senso ammirato la macchina, che pur conosceva bene
Es war spät abend K. ankam. Das Dorf lag in tiefem Schnee = Era tarda sera quando K. arrivò Il paese era affondato nella neve
In den letzten Jahrzehnten ist das Interesse an Hungerkünstlern sehr zurückgegangen = In questi ultimi decenni l’interesse pei digiunatori è molto diminuito
Wie sich mein Leben verändert hat und wie es sich doch nicht verändert hat im Grunde = Come è mutata la mia vita e come in fondo non è affatto mutata.
[2] Kafka, Der Proceß, 1914-1915,  Fischer Verlag, Frankfurt, 2002, p. 7; tr. it. Il processo, in Romanzi, Mondadori Milano, 1980, p. 317.
[3] Il processo, op. cit., p. 526.
[4] noch ganz im Schlaf befangen = ancora tutto confuso nel sonno: in Beschreibung eines Kamps, 1909-1910, in Nachghelassene Schriften und Fragmente I, Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt, 2002, p. 159; tr. it. Descrizione di una battaglia… (versione A, 1904-1905); meines Lebens noch nicht ganz sicher = ancora un po’ dubbioso se esistevo veramente o no (ibidem, versione B). Nella Metamorfosi, Samsa che, svegliatosi, si è trovato trasformato in un enorme insetto costretto alla constatazione: “Non era un sogno”. Ma ancora: “Che avverrebbe se io dormissi ancora un poco e dimenticassi ogni pazzia? pensò; ma ciò era assolutamente impossibile, perché Gregorio era abituato a dormire sulla destra, ma non poteva, nelle sue attuali condizioni, mettersi in quella posizione”.  È un Leitmotiv kafkiano quello del destarsi o dell’appisolarsi; dell’affacciarsi ad un mondo abitandone ancora un altro. Le Metamorfosi sono  anticipate in Preparativi di nozze in campagna (1907). Pensa Raban: “Quando sono a letto devo avere la forma di un grosso coleottero, d’un cervo volante o di un maggiolino”. E sceglie: “Sì, la forma di un coleottero gigante” (in Racconti, Mondadori, Milano, 1980, op. cit., p. 61. Abbiamo consultato sempre anche Racconti, BUR, Milano, 2004).
[5] Il processo, op. cit., p. 326.
[6] Jemand sagte mir
[7] an der gleichen Stelle
[8] darum sei auch der Augenblick des Erwachens der riskanteste Augenblick im Tag)
[9] Der Proceß. Apparatband, Fischer Taschenbuch Verlag. Frankfurt, 2002, p. 168; tr. it. Il processo, op. cit. p. 921.
[10] Kafka, 1954, tr. it. Mondadori, Milano, 1978, p. 29.
[11] gleich nach dem Erwachen
[12] gleich
[13] vernünftig
[14] es ware alles, was werden wollte, ersticky worden
[15] so wenig vorbereitet. Der Proceß, op. cit. p. 34; tr. it. op. cit., pp. 334-335 (traduzione un po’ modificata).
[16] K., Adelphi, 2005, p. 252.
[17] Dei Diari segnaleremo di volta in volta la data. Il riferimento costante è al Tagebücher, Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt, 2002; tr. it. Confessioni e diari, Mondadori, Milano, 1972.