Sul transfert

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Prima introduzione: IL TRANSFERT

 1) Transfert (e contro-transfert)

Ho cominciato nei primi anni ‘70 a parlare di co-transfert in controtendenza col dilagare allora delle disquisizioni su transfert e contro-transfert.[1] Forse è utile ricordare che, all’epoca, impazzava il dibattito su transfert/contro-transfert. Nel 1968 Heinrich Racker aveva pubblicato un testo che dettava legge: Transference and Countertransference.[2]

Ho dimostrato che il testo in cui meglio che altrove Freud spiega il transfert è, guarda caso, L’interpretazione dei sogni.[3] Nell’introduzione a Il transfert da Freud a Luborsky[4] ho cercato di ricostruire la spiegazione che Freud vi dà della formazione sogno: i “resti” diurni sono “recenti”, “innocenti”, poiché la paratassi ha decapitato i discorsi del giorno della loro struttura. Recenti = non più datati = privi di storia; innocenti = privi di significato. Essi si presentano, quindi, come mattoni, vocaboli, frasi fatte su cui si può “trasferire” (come sullo schermo presunto bianco – recente, innocente – dello psicoanalista) il desiderio del discorso della notte portatore del sogno (il desiderio come desiderio di discorso).[5]

Ho poi fatto una scoperta sconvolgente (anche se non ne sono restato sconvolto più di tanto) nel 2000, quando ho lavorato, con Stefania Serritella, all’applicazione del CCRT– il metodo costruito da Lester Luborsky (vedi più avanti) – ad una terapia sistemica della famiglia (nel quadro di numerose ricerche dedicate alla verifica dei risultati e dei processi della psicoterapia): il transfert non è un processo specifico della psicoanalisi ma è un processo a-specifico. Esso, cioè, è comune a tutte le psicoterapie. Ad esempio, anche alla psicoterapia sistemica e a quella cognitiva. Una bella svolta se si considera che il transfert è stato sempre considerato il processo “per antonomasia” della psicoanalisi.

 

[1] Vedi Un concetto di “terapia familiare”, in L’inserto, no di Psicologia Applicata, n. 1, 1974, pp. XXV-XXVII: “È questo il senso più profondo di quello che si esprime con i termini di transfert e controtransfert, con cui si intendono la proiezione sulla figura del terapista delle proprie esperienze compiute e incompiute, reali e fantastiche, parentali e non parentali, e la reazione del terapista a questa serie di proiezioni. Sarebbe più utile e chiaro parlare di co-transfert volendo indicare una situazione di rapporto personale in cui non viene valorizzato un primum (nel terapista o nel paziente) del processo proiettivo-introiettivo” (ibidem, p. XXVII, corsivo nostro).

[2] Che Armando ha tradotto nel 1970 trasformando il titolo originario in sottotitolo; il titolo: Studi sulla tecnica psicoanalitica… Solo recentemente ho scoperto che, già nel 1965, Georges Devereux, etnologo prima che psicoanalista, contestava la legittimità della “proposizione ‘contro’ incollata” ai termini “contro-connibalico”, “controedipico” etc. (The Voices of Children, in American Journal of Psychotherapy, 19, pp. 4-19). Comunque, non cessava di ricorrere alla contrapposizione transfert/contro-transfert (passim).

[3] Vedi Lezioni di psicologia dinamica, Borla, Roma, 2003, pp. 121-138.

[4] In “Il transfert, grazie alla operativizzazione di Luborky, diventa un semplice, anche se prezioso, test di vischiosità-flessibilità” (in Il transfert da Freud a Luborsky, con Stefania Serritella, Borla, Roma, 2001, pp. 9-37).

[5] Se nel racconto di un sogno si incrocia un resto diurno, cioè un episodio accaduto il giorno prima (o in uno dei giorni precedenti), non ci si comporta come di fronte ad una sorta di “pro-memoria”. Perché il “lavoro del sogno”, la Traumarbeit, non “ricorda” più o meno fedelmente; ma utilizza i ricordi come materiali per costruire un “discorso” al massimo infedele rispetto alle origini di ogni singolo “resto”-mattone. Se il mattone proviene, diciamo così, da una fabbrica, è destinato, diciamo così, ad una scuola. Ricorda, quindi, la “fabbrica”, ma “è” una scuola. Non rammemorazione ma costruzione (a parte il fatto che la stessa rammemorazione è una costruzione). Un esempio molto semplice: ho fatto uno sforzo molto intenso che mi ha provocato una dolenzìa alla parte sinistra del torace (soffro da anni di problemi cardiaci). Un mese prima ho scoperto che avevano forzato la serratura dello studio. Una mattina sono letteralmente strappato al sonno da un sogno-incubo: mi hanno derubato. Le pareti del mio studio sono coperte da una grande libreria; ebbene, hanno rubato il tavolo di cristallo e hanno svuotato le scansie a cui il tavolo era appoggiato, da alzo-sguardo ad alzo-pavimento. Ebbene, il sogno non cerca di esprimere le mie reazioni al tentato furto, ma, utilizzando il “mattone”-tentativo di furto, mette in scena, e drammaticamente, la mia paura di morire a causa di un infarto.  Il sogno dà parola alla paura di un infarto che il giorno prima mi ha solo sfiorato. Tale è il sapore di realtà del sogno che per un po’ ho la tentazione di andare a verificare. Il tentativo di furto è diventato la parola “furto”; questa parola è stata usata per dire il furto della vita. Reazione: angoscia e risveglio (come da un incubo). Questa è almeno una delle possibili interpretazioni…